sabato 16 gennaio 2016

Michelangelo

Il Giudizio Universale ( quarte parte)
( L'eroica 1941 di Ettore Cozzani )

La vendetta di Michelangelo


Michelangelo


aggirnata al 1 marzo 2016


MICHELANGELO E L'ODIATO PIETRO L'ARETINO



Pietro l'Aretino ( Arezzo, 20 aprile 1492- Venezia, 21 ottobre 1556 ).Poeta , scrittore, drammaturgo Italiano.Conosciuto principalmente per i suoi scritti dal contenuto licenzioso (almeno per il periodo),con sonetti lussuriosi, dubbi d'amore e, opere contenenti testi religiosi. Benvoluto nell'ambiente cardinalizio che a lungo frequentò. Dell'infanzia dell'Aretino si sà solo che nasce nella notte tra il 19 ad il 20 aprile del 1492, frutto di una relazione, fra un povero calzolaio di nome Luca Del Buta ed una cortigiana, Margherita dei Bonci, detta Tata, modella scolpita e dipinta da parecchi artisti del tempo.Non volle mai far scoprire il suo vero nome e le sue origini, in segno di disconoscimento dei suoi natali. Tuttavia gli piaceva definirsi figlio di cortigiana con anima di re.
Dettaglio del Giudizio Universale Biagio da Cesena
 Ecco viene l'ora che tutta questa tempesta di torture lo coglie a un tale culmine di disperazione che tenta di sprofondarsi lui nella morte. In quel suo arrampicarsi per le impalcature è caduto giù da un ponte e s'è malamente ferito :forse s'è slogato e spezzato le ossa di un'anca. Si ritira in casa, spranga porte e finestre, rifiuta qualsiasi soccorso: per giorni muggì di spasmi, solo, digiuno, e senza cure: vuol veder se non trovi finalmente la strada per uscire da questo inferno della vita; ed è salvo ai capolavori che ancora verranno, soltanto perché  un medico suo amico e devoto, Bacci Rontini, è riuscito per anditi segreti a penetrare di sorpresa nel suo covo, e a rianimarlo con la sua affettuosa bontà. Proprio in quel momento un mansardiero s'è messo a capo della muta che s'avventava alle carni di Michelangelo, impegnato nel più grande compito della sua vita. E' Pietro l'Aretino. Robustissimo e scaltro ingenio, ma figura tanto spregevole ch'io vorrei cancellare dalla storia italiana, sebbene riconosca la bellezza di stile e di lingua di certe sue pagine magistrali, -s'era offeso per la non curanza di Michelangelo. Non c'è come l'ambizione in un vanitoso, che possa renderlo feroce; non c'è come la perdita d'un vantaggio in un profittatore, che possa  staffilare la ferocia fin a renderla diabolica. L'Aretino viveva d'una fama che s'era fatto agganciandosi ai poteri e ai grandi: procacciandosi o fingendo di posseder amicizie altissime, s'illuminava dei riflessi di tutte le glorie principesche, ecclesiastiche, artistiche, tra cui gli riuscisse d'intrufolarsi; arriverà persino a comporre un vero e proprio triunvirato col Sansovino e col Tiziano, per farsi strada. Ma Michelangelo egli non riusciva a dominarlo. Il Michelangelo non lo combatteva, non recalcitrava i suoi approcci, non adoperava con lui parole gravi; ma lo lasciava ribollire nella sua fangaia con tutti i suoi simili, e si isolava. E l'Aretino sudava freddo dall'ira di non poter ostentare qualche documento decisivo dell'amicizia di colui che era ormai reputato il più grande artista, forse il più grande  e miracoloso del suo tempo. Quando seppe che il Buonarroti si accingeva a dipingere il Giudizio Universale, pensò che fosse giunta la sua ora. Che cosa poteva sapere un pittore delle cose sublimi e complicate che non son necessarie all'interpretazione del grande evento profetato nei libri santi? Lui sì, sapeva; lui sì poteva suggerire. Egli scrisse a Michelangelo una lettera un po' caotica se si vuole, ma ingegnosa e dotta, in cui l'artista avrebbe potuto trovare un vero e proprio schema corredato di tutte le conoscenze e idee religiose e filosofiche indispensabili alla composizione. E attese; ormai certo di non poter vantarsi che l'opera del Buonarroti era principalmente creazione sua: l'altro non era stato che l'esecutore, traducendola in forme accessibili al volgo. Forse, anzi non attese nemmeno, e lanciò, con le copie della sua lettera, come noi oggi faremmo con un articolo di giornale, la grande notizia. Ma da Michelangelo non gli venne che una breve risposta piena di rispetto, e quasi reverenziale, in cui l'artista si scusava di non poter  approfittare del magnifico progetto dell'Aretino, perché ormai aveva già definito l'opera in ogni particolare. L'Aretino allividì d'ira impotente: e allora tutta la malignità, la perversità, la doppiezza del suo temperamento proruppero, e Roma fu piena delle sue insinuazioni, le quali, inventate da uno scrittore di tanto ingegno ed una così raffinata scaltrezza e sicura praticità, erano pericolosissime: non soltanto disonoravano Michelangelo come uomo (perché affermavano che in realtà egli aveva truffato gli eredi di Giulio II), non soltanto lo avvilivano come artista (perché propalavano, per bocca d'uno che era creduto un esperto, che la grande pittura era roba da "stufe e da osteria"), ma mettevano il Buonarroti al rischio di un processo d'Inquisizione (perché, in un periodo di così sospettosa reazione cattolica, formulava l'accusa che lo spirito di giudizio fosse apertamente luterano. E il cinico ribellismo ha avuto anche, difronte hai poteri, l'ingenuità di lasciare un documento di queste sue malignità, elencandole nella lettera che nel novembre del 1545 ha scritto al Buonarroti, prima invelenendo contro di lui e accusandolo persino di sensualità anormale, e poi tentando di rientrare nelle sue grazie. Come se tutto questo non bastasse, ecco in Roma i timorati e gli inetti a far coro all'Aretino, e a gridare che la pittura di Michelangelo, con tutti quei nudi, nell'impostazione più svergognata, era non solo impura, ma addirittura oscena. Tra questi il più pericoloso era il Maestro di cerimonia del Papa Paolo III, Biagio da Cesena il quale di continuo mormorava al pontefice che egli si sarebbe disonorato se ne avesse lasciato compiere una simile profanazione della Sistina. E allora venne per Michelangelo l'ora dantesca; l'ora in cui  l'artista sente d'avere una forza, una potenza che nessun umano può toglierli o sminuire, se non uccida l'uomo che abbia creato, o non distrugga  la sua creazione. Michelangelo sentì che col suo pennello poteva inchiodare ad un'onta eterna  i suoi stessi carnefici, come Dante li aveva inchiodati col tridente nella sua terzina. Tanto, non dipingeva il Giudizio Universale?
DANTE ALIGHIERI
  Era dunque l'ora  della resa dei conti di tutti e per sempre. E allora a Minosse    (egli che odiava il ritratto, perché spregiava il contingente, e nel bello e nel brutto cercava soltanto il tipo, ossia l'assoluto) ha dato la faccia di Biagio da Cesena e lo ha giudicato per i secoli, un asino, attribuendogli, come agli altri demoni, ma molto più evidenti, due enormi orecchie ritte e appuntite, a raccogliere le calunnie; e come lussurioso (che abbia visto libidine dov'era soltanto purità, e - come il pittore ha scritto d'altro - "sia fabbricato un Michelangelo nel cuore, di quella pasta ch'è à dentro") facendolo mordere gli inguini, con grottesco suggello del giudizio, del serpente. Ma Michelangelo ha raggiunto l'estremo della sua forza e violenza giustiziera, dando al San Bartolomeo, che, ai piedi di Gesù, mostra gli strumenti del suo martirio, la faccia di Pietro l'Aretino e disegnando nella pelle che il santo tiene penzoloni alla sua mano la sua propria faccia di martire devastato dalla sofferenza e dal corruccio. Ha così gridato a noi, che di lontano possiamo ormai, senza che gliene vengano nuove persecuzioni, capire tutta la sua tragedia: " mentre io creavo il mio capolavoro, in un trasporto di esaltazioni e di patimenti, costui m'ha scuoiato vivo".

Particolare del Giudizio Universale
  S. Bartolomeo che mostra la sua pelle

Dietro il santo, nella figura che solleva sulla grandiosa spalla Bartolomeo la sola testa e il gesto delle mani preganti, Michelangelo ha dipinto il suo fedelissimo e tanto amato servo Francesco Amadori da Urbino?

Francesco Amadori da Urbino


Urbino
Nato da Bernardino a Casteldurante, oggi Urbino, fu dal 1530 fino alla morte domestico e aiutante di Michelangelo il quale ne ricambierà con l'affetto fortissimo attestato della lettere, nelle quali piange la perdita di quel ''valente uomo, pieno di lealtà'' definendolo ''rarissimo e fedele'', e dal commosso ricordo di un sonetto al Vescovo Beccadelli Michelangelo ne esaudì anzi l'estrema volontà, curando da padrino e tutore i figli, e la vedova Cornelia Colonelli.

Ma Amadori, è morto nel 1555, quando ormai da quattordici anni il Giudizio era scoperto. Possiamo accettare serenamente l'idea, che l'artista l'abbia messo, senz'altra necessità che il suo amore, quand'era ancora in vita, nella severa composizione? Abbiamo visto quale scatto della sua disperazione, l'abbia indotto a far apparire nella pittura la maschera dell'Aretino e di Biagio, e se stesso: una simile necessità non c'era per Francesco. E bisogna anche tenere conto che, dipingendo lì, nel mezzo della composizione, riconoscibile, il suo notissimo aiuto, egli avrebbe agevolato gli osservatori a ravvisare la sua propria effige. E questo egli non voleva: s'era anzi nascosto così bene: che per quattro secoli l'anno cercato e non lo hanno trovato. S'era nascosto con un tratto di singolare abilità tecnica, facendo divergere la maschera, pendente della pelle di San Bartolomeo, in modo che mirasse verso noi, mentre tutte le altre figure, mirando a Cristo, o ai risorgenti, o ai ribelli, o ai dannati, distraggono il nostro occhio da questo punto, nonostante che sia, drammaticamente il fulcro della composizione. Michelangelo ha voluto punire l'Aretino: in modo terribile; ma pubblicare la sentenza dopo, quando i posteri l'avessero scoperto, e  il velenoso libellista non avesse potuto più nuocergli: chè di questa timidezza e di questa temerarietà è impastato il temperamento di Michelangelo, il quale corre sempre in furore sul crinale, tra abissi di umanità e d'orgoglio.

Il nudo in Michelangelo

Prima di cominciare l'analisi del Giudizio Universale, bisogna stabilire un fatto su cui s'è scivolato, perdendo di vista il fulcro della valutazione dell'opera. La grande pittura noi non l'abbiamo più come Michelangelo l'ha
CAPPELLA SISTINA E' IL SANTUARIO DELLA TEOLOGIA DEL CORPO UMANO ( K. WOJTYLA )
creata. Michelangelo l'aveva pensata e attuata in quel suo modo sublime ( oserei dire naturalistico e mistico  insieme ) di giudicare il nudo umano, che è alla base della sua concezione della vita umana ed universale,e  quindi alla base  della scultura che è l'arte sua propria, e della pittura che in lui non è se non trasportazione della plastica tangibile sul piano d'una plastica solamente visibile.Come il saggio antico, egli avrebbe potuto: ''L'uomo è la misura di tutte le cose''. per lui cioè la forma umana nella sua precisa, elastica e raggiante nudità, non è soltanto la creazione umana e più alta e più perfetta di Dio;-ma è anche lo strumento con cui Dio ha voluto che il cosmo prendesse coscienza di sé e una espressione comprensibile e trasmissibile: tutte le passioni umane e tutti i pensieri umani,come analisi o come sintesi del dramma e del significato della vita universa, si manifestano attraverso il nudo corpo umano, del maschi e della femmina, il quale non è soltanto struttura, armonia e funzione di esaltante potenza, ma è anche manifestazione, del palpito e respiro al movimento, del gesto allo sguardo, dalla parola al cuore, di tutto ciò  che nella natura possiamo capire e risolvere. Perciò il grandinar di figure nell' uragano del Giudizio Universale, Michelangelo l'aveva concepito e dipinto in totale lirica nudità: la nudità per lui è sacra, appunto perché egli la sente religiosamente, come opere diretta nelle mani di Dio; e perché alla nudità non ha mai congiunto la più fugace sensualità o un riverbero di un pensiero meno che casto. Sacrilegio invece e impuro è per lui chi proprio quella nudità copre, non solo nascondendo, ma interrompendo e deformando la stupenda musica dei volumi, dei piani e delle linee.
E questo valga anche a spazzare via una volta per sempre tutti gli ignobili sospetti che qualche spirito tarato e corroso ha gettati sull'amicizia e l'ammirazione, simile in tutto a un amore, di Michelangelo per i più bei giovani umani che ha incontrati nella sua vita, e per le trascuranze che egli avrebbe avuto per le donne. A proposito di questo bisogna pensare ch'egli era un temperamento riservato, pieno d'aspri pudori, chiuso nell'ispido orgoglio della sua grandezza e solitudine, e non c'è venuto di certo a raccontare i sui segreti più intimi.
MICHELANGELO, IGNUDO


Anzi ha distrutto persino montagne di studi preparatori delle sue opere, perchè  non voleva che qualcuno mettesse gli occhi e le mani nel mistero della voluttà e del nascimento delle idee artistiche (che sono ancora più sensuali  nella loro spiritualità della voluttà e della gestazione umana, e perciò non si possono e non si deve rivelare ai profani e agli estranei).








da aggiornare




L'OMICIDIO POLITICO NEL RINASCIMENTO

Dipinto di F. Hayez 1867, raffigura la decapitazione del Doge Marin Faliero, decretata dal consiglio dei Dieci
 L'OMICIDIO POLITICO

Il sole faceva splendere le dorate cupole di San Marco, era l'anno 1419. A Venezia, il consiglio dei dieci era riunito per esaminare una questione che per troppi anni si era trascinata, ed era diventata per gli equilibri della Serenissima, una questione di vitale interesse: il Re Sigismondo d'Ungheria. Il sovrano era diventato un " nemico" da quando costretto ad abbandonare ogni speranza di Signoria sulla Dalmazia, acquistata da Venezia dieci anni prima per 100000 ducati. Ma oltre che in Dalmazia, Sigismondo tramava per contrastare i veneziani in Istria e in Friuli, ponendo in forse gli scambi con il Medio Oriente e la "Romania". Ecco che per Venezia l'uccisione di Sigismondo " non è solo cosa buona ma necessaria " per l'interesse e per la salute della Serenissima. Quel 24 maggio i Dieci esaminarono la proposta di Micheletto Mudacio, offertosi per assassinare il Sovrano. Non era la prima volta, c'era stato un tentativo nel 1415, non riuscito.

venerdì 15 gennaio 2016

VITA QUOTIDIANA NEL RINASCIMENTO#ELFORNESE


VITA QUOTIDIANA NEL RINASCIMENTO

Il Vasari fu il primo a parlare di Rinascimento, come un'epoca di rinnovo generazionale e storico.
All'inizio del xv secolo, una gran fioritura di vite avrebbero segnato la storia
in campo artistico e letterario. 
Nella politica si affermano i " Signori " ricchi padroni capaci di governare, e di allentare le tensioni sociali.
Molto importante la figura del mercante, non per nulla si affermò la l'immenso potere della Serenissima. Nell'ambito socio culturale, il " nuovo umanesimo "propone la vita attiva su quella contemplativa, addirittura il dotto ed il vero artista, si spostano dalle botteghe per vivere in una società guidata dalla religione ed il bon-ton.
E' stata tramandata l'idea di un Rinascimento nel quale tutto era perfetto, una società di gioia di vivere, la realtà però era diversa.
Livello culturale del popolo molto basso, dato che gli studi erano destinati ad uno stretto numero di fortunati.
La concezione della ricchezza portò allo sviluppo e a proteggere tutte le arti a discapito del vero umanesimo.

giovedì 14 gennaio 2016

MISTERI DEL RINASCIMENTO

Nel 1990, un medico americano, era arrivato ad una conclusione.
Nell'affreso dipinto da Michelangelo nella Cappella Sistina
"la creazione di Adamo"
Michelangelo ha fedelmente riprodotto l'anatomia  di un cervello umano.
Secondo il medico, l'intento dell'artista era quello di dimostrare come Dio avesse
infuso ad Adamo non soltanto la vita, ma anche l'intelligenza.

martedì 12 gennaio 2016

IL GIUDIZIO UNIVERSALE DI MICHELANGELO TERZA PARTE

LA GRANE VENDETTA
EDIZIONO L'EROICA 1941
(DI ETTORE COZZANO)
TERZA PARTE  


  La grande vendetta

MICHELANGELO
 Nel 1534, arrivando in Roma, Leonardo ha l'anima gravata di tutti insieme questi dolori e queste tragedie, e a Roma gliene moltiplica ad un tratto il peso con lo spettacolo della sua desolazione. La città in cui egli ha vissuto e ha creato prima negli anni della giovinezza e poi in quelli della verilità più raggiante, la città che allora vibrava di gioie, di amore della bellezza e d'orgoglio nel fasto della corte pontificia e nell'ebraicità della grandezza pagana che risorgeva. La metropoli che, quando si scopriva una scultura antica (il Torso del Belvedere, e il Laocoonte) s'imbandierava tutta e squillava a gloria da tutte le campane, portando le statue in processione tra il delirio del popolo, - adesso percossa, franta, macchiata e sconvolta dal saccheggio del '27, ancora tutta gocciante di sangue, tremante di sacrilegio, avvilita di pentimento e di vergogna, si raumiliava cupa e mutilata in un' atmosfera di rigorismo dogmatico, di gelido sospetto religioso, di misticismo apocalittico. Nell'anima di Michelangelo, tra i riflessi di quella disperazione, lampeggiavano le visioni del Savonarola e di Dante, che echeggiavano le loro inventive minaccianti, alle folle impazienti nell'eresia e nel peccato, l'incendio, lo sterminio e l'ignominia, che gli pareva daver davanti già attuati. S'aggiungeva a questa angoscia la maliconia di tutte le morti che avevano disboscato la mirabile selva dei geni, di principi, di prelati che era la Roma di quei tempi ormai mitici: morto Giulio II, morto Leone X, morto Bramante, morto Leonardo, morto Raffaello...
A L'ULTIMA CENA 1495-1498 SANTA
 MARIA delle GRAZIE, MILANO, ITALIA


BATTAGLIA di ANGHIARI GALLERIA DEGLI UFFIZI, FIRENZE, ITALIA
In questo stato d'animo Michelangelo ha concepito e s'è messo a dipingere il Giudizio. Anche allora, come per la Volta, s'è chiuso nella più fiera e orgogliosa solitudine; non ha voluto nè consigli, nè suggerimenti, nè aiuti, nè osservazioni: ha cavato tutto dalle sue mani, dal suo cervello, dal suo cuore, dalle potenze istintive e dalla dura disciplina della sua vita, dalle sue forze fisiche e dall'intuizione del suo genio. E la malvagità dei mediocri se nè allora vendicata accanendosi intorno a lui in un vero furore. Gli eredi Della Rovere, irritati che non avesse finito la tomba del loro grande Pontefice, lo straziavano delle più perfide accuse; i colleghi e i libellisti ripudiati e cacciati dal tempio della sua vocazione, schiumavano alle porte di umiliazione e d'ira. Egli si serra anche più in sè; lavora notte e giorno fino a disfarsi; s'arrampica sù e giù e salta da destra a sinistra (ed è tra i sessanta e i settant'anni) per l'impalcatura verticale che affronta in duecento metri quadrati della parete; e intanto si difende come può dai nemici, in un vero e proprio corpo a corpo (" non restava giornalmente di essere alle mani " con i suoi torturatori, - ci narra il Vasari -): pare uno di quei muratori delle cattedrali duecentesche, che lavorano, in mano la cazzuola e la spada al fianco, mentre la guerra tempestava alle mura della città. E nelle poche lettere di questo periodo di carcere volontario e di febbre creativa; di tanto in tanto gli scoppia dal cuore un grido che pare uno sbocco di sangue: "...sono oggi dì lapidato come se avessi crocifixso Cristo"; "...è pare ch'è mi abbi arricchitto et ch'io abbi rubato l'altare, e fanno un gran romore"; "...son pagato col dirmi ch'i'sia ladro e usuraio, da ignoranti che non erano al mondo"; "...a difendermi da tristi, bisogna qualche volta diventar pazzo come vedete"; "...e chi mi ha tolto tutta la mia giovinezza et l'onore et la roba  mi chiama ladro". Il suo dolore arriva a tal punto ch'egli scaglierebbe in un fosso come uno straccio lurido la sua stessa arte, che pure la sola ragione della sua vita: "meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare zolfanelli, ch'io non sarei in tanta passione". E, a un certo punto, persino idee omicide balenavano nella sua voce incupita dallo strazio: "et io saprei la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono". Le sue mani sono nate per creare e non per uccidere.

VAI ALLA PRIMA PARTE DEL GIUDIZIO UNIVERSALE


VAI ALLA SECONDA PARTE DEL GIUDIZIO UNIVERSALE







lunedì 11 gennaio 2016

IL GIUDIZIO UNIVERSALE DI MICHELANGELO SECONDA PARTE#ELFORNESO

 IL GIUDIZIO UNIVERSALE
EDIZIONI L'EROICA 1941
 ( DI ETTORE COZZANO )
SECONDA PARTE


MICHELANGELO
Quando Leonardo, tornato penitente ai piedi del Papa che trionfava dai Bentivoglio in Bologna, doveva soggiacere al prepotente desiderio della Rovere d'essere esaltato in una  colossale statua di bronzo, per due anni dovette sopportare nella sua stessa casa e nel laboratorio la canizia dei suoi aiuti, che lo impacciavano nella vita e nel lavoro lo derubavano, e l'avevano ridotto alla disperazione con ignobili diffamazioni. Quando già era intento al sepolcro di Giulio II, ma, avendo raccolto una smisurata ricchezza di marmi sulla piazza di S.Pietro, aveva dovuto lasciarli incustoditi, glieli avevano saccheggiati senza pietà. Quando contro la sua volontà, sempre tesa a questo monumento funebre che accentrava tutti i sogni della sua vita, egli s'era dovuto piegare ad altri lavori per i papi che si succedevano e come sempre più tirannesca sete di gloria lo incalzavano di commissioni, fù trascinato dagli eredi di Giulio II in un vero ciclone di accuse, di calunnie e di insulti, che i suoi emuli e denigratori propagavano aggravandoli, e facendolo sanguinare. Quando, dopo la caduta della repubblica di Firenze, il duca Alessandro era rientrato in città, più potente, e particolarmente imbestialito contro Michelangelo che egli odiava a morte, l'artista aveva dovuto nascondersi come una belva braccata, e solo con il salvacondotto del Papa, e per la commissione delle tombe medicee, aveva potuto evitare d'essere ucciso; ma lavorava rintanato nella sacrestia di San Lorenzo, assediata dall'odio e dal livore, ruggendo di rivolta morale e politica, e divorandosi in una tale sofferenza e febbre, che il Papa stesso dovette minacciargli la scomunica se non si fosse preso un poco di cura della sua salute. E le sue opere? Certo la Pietà, il Davide, il Mosè, le tombe Medicee, la Volta, il Giudizio, la Cupola, bastano alla gloria più sterminata, e mettono il Buonarroti al di sopra di tutti gli artisti che mai furono. Tuttavia l'Ercole gigante che egli scolpì da giovane in Firenze si è perduto con quasi tutte le opere di quell'età; quando ebbe la commissione delle sedici statue dai Piccolomini di Siena, e si buttò al lavoro con l'angosciosa brama di creare che lo incendiava ad ogni possibilità di levare in piedi un popolo di giganti, arrivò a scolpire soltanto quattro statue, e che di quelle non si sà più nulla; quando l'Arte della Lana gli commette i Dodici Apostoli egli inizia l'opera in un delirio di grandezza, ma deve interrompere a metà della prima statua, e non ci resta che l'abbozzo del San Matteo, il quale, pur uscito appena dal masso con parte del volto, il torso poderoso è respirante, un braccio e una gamba, è di una terribilità impressionante; quando ha già netta e viva la visione delle quaranta statue che popoleranno la montagna di sculture che dovrebbe essere la tomba di Giulio II, e già taluna ne ha sbozzata, e tutte per quasi che le palpi dentro di sè, la rovina piomba sulla sua concezione, e di quaranta capolavori non ci restano che il Mosè e gli abbozzi degli Schiavi e del Genio Vittorioso, e l'ansia di tutto quel vuoto che non si potrà mai più colmare. Quando a Bologna con tanto strazio fisico, fonde il colossale Giulio II i Bentivoglio schiantano la statua a furor di popolo; quando Leone X gli ordina la facciata di San Lorenzo, ed egli l'ha già concepita con tale compiutezza ed esattezza che può promettere di farne la più bella facciata che abbia il mondo, e (come per la tomba di Giulio II a San Pietro) ha già trascinato in un convoglio di barche i marmi dalle Apuane sul pratello verde davanti alla chiesa, la commissione gli viene disdetta, ed egli resta col suo sogno maciullato tra i marmi inutili...
Persino nella sua grande vittoria Michelangelo è uno sconfitto; la Volta della Sistina non è per lui che la riproduzione in pittura della pienezza pulsante e rotante dei colossi di pietra che aveva già nel sangue, ed egli rugge di dolore nel martirio dell'affresco di cui non ha pratica, per doverli così soltanto non fare, ma ritrarre i chiaroscuri. A non limitarsi che alle tragedie della sua vita anteriore al Giudizio; perchè dopo è anche peggio: come quando gli ridipingono a stracci e sberleffi il Giudizio; o quando la cricca degli architetti avidi e gelosi gli si serra addosso per sbalzarlo giù dalla direzione di San Pietro; o quando spezza egli stesso la Pietà Rondanini che gli si è guastata per un pelo. Il suo patimento è riassunto nel grado angoscioso e tremendo della lettera al fratello Giovanni Simone, con la quale non si

LA BELLA FERRONNIERE
1490-1495 CIRCA
OLIO SU TAVOLA 63X45
MUSEO DEL LOUVRE 
PARIGI

DONNA CON ERMELLINO
1488-1490 CIRCA
OLIO SU TAVOLA 54,8X40,3
MUSEO CZARTORYSKI
POLONIA








può paragonare che l'esplosione del dolore e dell'onta di Dante che afferma  la sua miseria di bandito in volta per tutte le terre d'Italia. Michelangelo ha saputo che quel fratello, che è la pecora nera della casa e gli ha già date tante tribulazioni, ha schiaffeggiato suo padre. La notizia lo coglie, mentre, tutto stroncato allinsù e con gli occhi stravolti, si travaglia a dipingere la Volta. Abbandona i pennelli, afferra la penna, e scrive all'impudente un'aspra lettera di rimprovero. La suggella. Ma in quell'atto egli ripensando a tutto il suo calvario, sentendosi tornare alla gola d'un tratto le sofferenze di tutta la vita, in un urlo, strappa i sigilli, e aggiunge un poscritto: "...ancora due versi; e quando è ckio son ito da dodici anni in qua, tapinando per tutta Italia; sopportato ogni vergogna; patito ogni stento; lacerato el corpo mio in ogni fatica; messa la vita propria a mille pericoli, solo per aiutar la casa mia; e ora ckio ho cominciato a rilevarla un poco, tu solo voglia essere quello che scompiglia e rovina in una ora quel che i'ho fatto in tanti anni e con tanta fatica; al corpo di Cristo che non sarà vero! Che io sono periscompigliare diecimila tue pari quando e' bisognerà". Poi la sua ira si placa in un'immensa pietà per tutta la follia umana; ed egli chiede rivolgendosi all'opera, satura di tristezza: "or sia savio, e non tentar chi à altra passione".















mercoledì 6 gennaio 2016

IL RINASCIMENTO LA GRANDE FAMIGLIA DE' MEDICI DI FIRENZE # ELFORNESO

Giovanni dei Bicci ( 1360-1420 ), era uno dei 5 figli
di Everardo dei Medici e di Jacopo (o Giovanna ).
Il padre commerciante di lana, solo verso la fine della sua vita,
aveva accumulato abbastanza per  definirsi benestante.
Quando morì nel ( 1363 )
 il suo patrimonio venne diviso in 5 parti uguali.
 I MEDICI DI FIRENZE
GRANDI  BANCHIERI  D' EUROPA  RINASCIMENTALE

I Medici fondarono, il Banco dei Medici (1397-1494). Fu la più grande banca d'Europa nel corso del XV secolo, alcuni ritengono ancora oggi, che i Medici in quel periodo  fossero la famiglia più ricca d'Europa.
Diedero un contributo notevole nel miglioramento della contabilità inserendo la partita doppia, rendendo più visibili i debiti  e gli accrediti. Suo figlio Cosimo dei Medici, divenne influente nel governo Fiorentino, come gran  maestro nel 1434, fu capo non ufficiale della repubblica Fiorentina. Giovanni dei Bicci andò a servizio dallo zio, Veri dè Medici.

Giovanni imparò  il mestiere, presto divenne responsabile della filiale di Roma, nel 1385, rilevò questa filiale grazie al patrimonio della moglie, Piccarda Bueri figlia di Edoardo Bueri, antica famiglia fiorentina, con molti interessi anche in altre città. Piccarda e Giovanni vivevano in un  palazzo a pochi passi dal Duomo, in via Riccasoli. Ella si occupava di cose di famiglia, sorvegliava la situazione di Firenze quando Giovanni era fuori per affari. La coppia ebbe due figli, Cosimo (1389-1464 ) e Lorenzo (1394- 1440 ). Cosimo dè Medici, venne considerato uno dei massimi  uomini  di Firenze, l'indomani della morte del padre, Giovanni ( dal quale raccolse l'eredita economica ). Capo del partito mediceo, fautore della fortuna della famiglia, porrà le basi per l'ascesa dei Medici quali duchi di Firenze nel 1530.
Cosimo dè Medici (1389-1464 ) , detto il vecchio
 figlio di Giovanni dei Bicci e  di Piccarda Bueri


Cosimo fu educato presso il circolo umanistico del monastero dei Camaldolesi, dove imparò, latino, greco e l'arabo, teologia e filosofia. Sposò la Contessina dè Bardi nel 1415, figlia Giovanni conte di Vernio e di Emilia Pannocchieschi dei Conti di Elci. Ebbero due figli, Piero
detto il Gottoso ( 1416-1469 ) e Giovanni ( 1421- 1463 ), non ebbe discendenti, per lo meno legittimi. Cosimo ebbe  anche un figlio naturale da una sua schiava Carlo di Cosimo dè Medici (1428/1430 circa 1492 ), divenne canonico al  Duomo di Prato.

PIERO DE' MEDICI
 EREDE POLITICO DI COSIMO

Ritratto di Piero dè Medici  (1416-1469 ) detto il gottoso
 figlio  di Cosimo dè Medici. 
Piero si sposò con Lucrezia Tornabuoni nel ( 1444 ).
La coppia ebbe in tutto 6 figli.
Bianca, Lucrezia, Lorenzo, Giuliano e due figli maschi
 morti alla nascita.

Piero, nacque nel 1416 nel palazzo di Via Larga, l'attuale Palazzo dei Medici Riccardi, dove il padre Cosimo il Vecchio dopo la morte del nonno di Piero Giovanni di Bicci gestiva " di nascosto " gli affari politici di Firenze, grazie all'amicizia di Cosimo con esponenti dell'umanesimo Fiorentino. L'apprendistato politico di Piero avvenne quando il padre Cosimo fu esiliato nel (1433-34 ) a Venezia dove Piero lo seguì, frequentando alcune corti del nord. A Ferrara con gli Estensi, assorbì la raffinata cultura di corte, divenne un ottimo conoscitore delle lingue classiche, frequentando, Giovanni Veronese, Nicolò III d'Este. Rientrati a Firenze (1434 ), a Piero in quanto figlio maggiore, fu destinato raccogliere l'eredità politica che il padre aveva faticosamente costruito e consolidato. Al contrario, il fratello Giovanni di Cosimo, fu destinato a reggere le sorti del Banco Medici.

GIOVANNI DI COSIMO DE' MEDICI

 Busto di Giovanni di Cosimo dè Medici  ( 1421-1463 )
 figlio di Cosimo dè Medici
A differenza del fratello Piero malato di gotta, Giovanni godeva di ottima salute. Si dedicava alla bella vita, all'astrazione intellettuale, all'ozio, il padre Cosimo non aveva un buon giudizio. Giovanni si iscrisse giovane all'arte del cambio (1426 ) e in seguito all'arte della lana  (1435 ). Iniziò l'aprendistato nella Banca Medicea (1438 ), recandosi alla succursale di Ferrara. La sua educazione umanistica fu di alto livello e tra i sui interessi spiccava quello della musica. Nel (1447 ) collaborò con lo studio fiorentino, l'Universtà cittadina. Nel (1454 ) fu eletto priore,
l'anno dopo fece parte della delegazione di ambasciatori inviata a Roma a salutare il nuovo Papa Callisto III. Nello stesso anno (1455 ) divenne direttore generale del Banco Mediceo. La sua gestione fu così deludente che il padre lo affiancò a Francesco Sasseti. Giovanni sposò Ginevra degli Alessandri il 20 gennaio 1453, dalla quale ebbe solo un figlio, Cosimo, morto nel 1459 a otto anni, ebbe altri due figli forse illegittimi, Francesco e Giovanni morti ancora in fasce. Giovanni morì giovane nel 1463, un anno prima del padre, il suo decesso probabilmente, causato dalle malattie ereditarie, che avevano indebolito il ramo principale dei Medici.

CARLO DI COSIMO DE' MEDICI












Carlo di Cosimo dè Medici figlio di Cosimo dè Medici
 avuto da una schiava comperata a Venezia di nome Maddalena. 
Divenne canonico nel Duomo di Prato


Carlo di Cosimo dè Medici. Religioso presbiteriano Italiano, figlio naturale di Cosimo il Vecchio. Fu avviato dal padre alla vita  religiosa.  Dopo essere diventato Canonico della Metropolitana Firenze dal 1450, fu nominato pievano di Santa Maria in Mugello e di San Donato di Calenzano (dove fece realizzare il famoso chiostro). Già anziano lo troviamo Arciprete di Prato, dal 1460, nel 1463 ricevette la carica di Protonorario apostolico, di lui ci resta un presunto ritratto del Mantenga.
 Cosimo I° gli fece fare un monumento funebre nel Duomo di Prato da Vincenzo Danti.

LA QUARTA GENERAZIONE DE' MEDICI

LORENZO DE' MEDICI
Lorenzo detto il Magnifico, quando nacque, la famiglia Medici era all'apice del potere politico Fiorentino. Il nonno di Lorenzo, Cosimo il Vecchio, grazie alle fortune accumulate dal suo Banco, riuscì a legare con esponenti politici Fiorentini e farsi portavoce del malessere popolare, malessere capeggiato dagli Albizzi. E nel 1434 rientrato dall'esilio, Cosimo esiliò gli Albizzi. Mantenne le istituzioni repubblicane che vigevano dandole in eredità a uomini di fiducia e formalmente si ritirò a vita privata. Lorenzo nacque il 1° gennaio del 1449 a Firenze, nel Palazzo Medici Riccardi e fù battezzato il medesimo mese in occasine dell'Epifania. Lorenzo manifestò presto la sua aperta sete di potere, suscitando riprovazione e timori da parte degli altri. Nel periodo dal 1469 al 1472, Lorenzo sopì tutte le rivalità tra famiglie Fiorentine, per divenire supremo arbitro in ogni questione. La madre di Lorenzo dè Medici, Lucrezia Tarnabuono, si occupò personalmente di combinare il matrimonio, con Clarice Osimo, si recò personalmente a Roma per sondare le nobili famiglie locali. I patti matrimoniali vennero perfezionati, stabilendo una dote di 6000 fiorini e si procedette con il matrimonio per procura a Roma (27 dicembre 1468) poi di persona a Firenze il ( 4 giugno 1469 ). Clarice Osimo poco amata dai fiorentini e dai famigliari, aveva un carattere religioso che non si adattava alla mentalità aperta degli umanisti, tra i quali il marito Lorenzo che ne era il perno. Lorenzo preferiva la fiorentina Lucrezia Donati alla quale dedicò le sue poesie, ma ebbe una numerosa prole solo con Clarice. Lorenzo e il fratello Giuliano non si erano ancora abituati a governare che i vecchi nemici del padre fecero sentire ancora la loro voce, ne parleremo ancora più avanti.
GIULIANO DE MEDICI

GIULIANO DE' MEDICI

Giuliano dè Medici padre di Clemente VII. Nel 1478 la famiglia dei Pazzi, con la complicità di Papa Sisto IV e altri regnanti ordinò la congiura dei Palazzi, la mattina del 26 aprile durante una funzione religiosa, in Santa Maria del  Fiore, costò la vita a Giulio che morì sotto i colpi di Francesco dè Pazzi, mentre Lorenzo si salvò per miracolo riportanto lievi ferite.



FINE 
MA CONTINUA